da una mia intervista su No-limit del 1996

Raggruppandole secondo alcuni temi guida, proverò a illustrare le motivazioni che a mio parere possono chiarire quali profondi bisogni siano soddisfatti da questa attività, oltre naturalmente alla curiosità ed alla voglia di divertirsi che animano me e tutte le persone con gravi problemi di vista che come me hanno scelto di andare sott'acqua.

Tralascerò molte importantissime motivazioni che sono comuni a qualsiasi altro subacqueo, soffermandomi invece sulle differenze e sui motivi che spesso rendono l'attività subacquea per i non vedenti un'occasione di crescita ed integrazione oltre che di riabilitazione psicofisica.

 

La paura di cadere

non esiste più

Scalini, buche, dislivelli ed imperfezioni del terreno rendono il piano orizzontale su cui camminare qualcosa di potenzialmente pericoloso. In effetti, con l'uso del bastone e delle tecniche di deambulazione che più o meno intuitivamente i ciechi imparano, non esiste un vero e proprio pericolo nel camminare. Nonostante ciò, la paura di cadere resta sempre qualcosa di sottilmente presente.

Invece nell'acqua ed ancor di più sott'acqua, tutto ciò è completamente annullato: non c'è pericolo di cadere perché non si è più dipendenti dal piano del terreno e la forza di gravità è azzerata dalla spinta dell'acqua.

Per certi versi immergersi, ossia andare volontariamente in basso, può avere l'effetto di esorcizzare e vincere questa paura anche in altre situazioni, visto che l'esperienza subacquea porta a sperimentare quanto sia piacevole scendere intenzionalmente e e che farlo non è un pericolo.

 

i suoni del corpo

Il suono, per chi non vede o vede male, è un modo per dar forma e distanza all'ambiente ed agli oggetti, ed è quindi un testimone della presenza dell'esterno e dell'esistenza del mondo, oltre ad essere il principale mezzo per controllare l'ambiente. Sott'acqua, invece, l'ambiente acustico scompare perché i suoni sono soprattutto quelli che la persona produce, ed allora diventano un segnale che sposta l'attenzione verso di se, i propri ritmi, il proprio stato. Per quello che mi è dato di capire, seguire questi suoni, ha un potere introspettivo enorme, intendendo con questo termine non tanto la capacità di ragionare e pensare su di sè, quanto la possibilità di restare in contatto con il proprio sè corporeo.

Questi suoni hanno per certi versi lo stesso effetto delle macchine del bio-feedback che visualizzando o sonorizzando alcune funzioni vegetative come la frequenza cardiaca, quella respiratoria o la tensione muscolare, danno la possibilità alla persona di acquisirne consapevolezza e controllo.

Stare sott'acqua perciò mi da la possibilità di essere in contatto con i bisogni, i ritmi e le sensazioni del mio corpo.

Uno dei motivi che mi ha spinto ad iniziare questa avventura sta nella possibilità di dilatare queste sensazioni, perché esse vengono messe sempre e comunque a disposizione in primo piano.

 

lo spazio e la pelle

Lo spazio, per uno che non vede, è sempre e comunque qualcosa di problematico, un po' perché potrebbe contenere dei pericoli, un po' perché spesso non è facile poterlo padroneggiare non vedendolo. La sensazione è quella di essere immersi nel vuoto, un vuoto senza forma, nel quale qui e là ci sono cose o persone da toccare o da ascoltare.

Invece lo spazio sott'acqua, se per alcuni aspetti somiglia a quello appena descritto, per numerosi altri se ne differenzia. In primo luogo la possibilità di sperimentare spostamenti anche sul piano verticale, da un senso maggiore di tridimensionalità e di libertà. Per qualsiasi persona le cose soggettivamente non esistono se non sono sperimentabili direttamente: così lo spazio che un disabile visivo non può vedere sopra e sotto di lui, prende forma ed esiste solo quando egli può direttamente percorrerlo: stare sott'acqua offre questa possibilità.

Il contatto tattile con lo spazio è poi molto particolare: paradossalmente, nell'acqua, la sensazione di vuoto tipica del "mondo della terra e dell'aria", cessa proprio perché un elemento così presente e percepibile come l'acqua circonda il corpo e riempie tutto lo spazio, dando sempre la percezione della presenza di un confine e di un contatto tra il corpo e l'esterno.

 

la comunicazione

Una motivazione è anche quella di riscoprire ed affinare modi di comunicare che passano di più per i gesti, le pause, il contatto diretto con le cose, e meno attraverso le parole che si danno alle cose.

I ciechi, come gli esperti del settore sanno, sono a volte affetti da uno strano modo di usare il linguaggio, che tecnicamente si chiama verbalismo. Esso consiste nella bruttissima abitudine di straparlare a sproposito o più precisamente di usare parole senza conoscerne veramente il significato concreto o l'oggetto cui si riferiscono. Questo capita perché, a furia di farci raccontare il mondo e le cose, restiamo ancorati alle parole che le descrivono senza comprendere veramente le cose descritte.

Così, comunicare con il mio compagno di immersione significa superare tutte le parole ed andare molto oltre; la comunicazione con il corpo, attraverso la percezione anche del più piccolo movimento o della minima differenza di tensione muscolare, è sicuramente una situazione che da la possibilità di affinare la capacità di comunicare ad un livello nonverbale, prossemico, tattile, muscolare, tendineo, respiratorio, senza bisogno di parlarci sopra, ansi con una certa oculatezza nell'uso delle parole, visto che parlare attraverso i comunicatori subacquei fa comunque consumare più aria e quindi accorcia la durata dell'immersione.

 

La sfida

Stare sott'acqua può rappresentare un modo per sfidare e misurare la propria capacità e resistenza anche in ambienti "ostili" o comunque non abituali. E così uno dei grossi motivi può essere rappresentato dalla sfida, non tanto nei confronti della natura, perché non sento niente di innaturale nel fatto che una persona scenda nelle profondità del mare, quanto una sfida allo stereotipo della persona ceca od ipovedente.

Secondo questo stereotipo il disabile è automaticamente una persona fragile, da proteggere, incapace di affrontare il mondo con la fatica e la gioia delle vittorie ma anche con la frustrazione delle sconfitte, una persona che per evitare di misurarsi e quindi di sentirsi inadeguata evita di mettersi alla prova, delegando agli altri tutto ciò che teme di non essere all'altezza di fare.

La subacquea, come in generale tutte le altre pratiche sportive, può essere vissuta quindi non solo come uno svago, ma rivestire una funzione di riabilitazione oltre che di integrazione sociale.

Dimostrare, anche a se stessi, che si è diversi dal modello che socialmente si dovrebbe incarnare, che è possibile vivere anche la paura, il rischio, lo sforzo, la fatica come qualcosa che fa parte della vita e che a volte la rende addirittura più degna di essere vissuta, è un modo per crescere e migliorarsi.

Questa attività può essere appunto un mezzo per migliorare il concetto che si ha di se stessi, il rapporto con il proprio corpo; può essere un'occasione per vincere la paura di mostrarsi e quella di muoversi nello spazio. Essa può costituire un modo per sperimentare ed affrontare la paura di rischiare in prima persona, di mettere alla prova se stessi, senza che vi sia la possibilità di "barare", accaparrandosi risultati od approvazioni garantite solo perché si è portatori di una minorazione, bensì misurandosi lealmente con le difficoltà.

Maria Luisa Gargiulo

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