Da "Il Subacqueo" di Marzo 2002

Indonesia da toccare

 
Questo è il titolo della collezione che ho presentato al Festival dell’immagine subacquea di Antibes lo scorso autunno: 10 diapo che riassumono il meglio del mio ultimo viaggio estivo svoltosi appunto in Indonesia; tra le isole attorno a Comodo, a Walea, situata nell’arcipelago delle Toghian, a Menjangan e Lombok. Ma visitato a modo mio sopra e sotto il pelo dell’acqua, questo paese, come del resto i numerosissimi altri da me visitati, assumono caratteristiche particolari.
Quando ho iniziato a fare immersioni, circa 6 anni fa, non avrei mai creduto di poter fotografare sott’acqua; a dire il vero non avrei mai immaginato neppure che avrei potuto annoverare nei miei log così tante immersioni ed in posti così differenti e distanti tra loro. Attualmente mi accingo a raggiungere le 600 unità che, per una persona disabile grave come me, è cosa abbastanza rara.
Suppongo che il mondo assuma caratteristiche a volte bizzarre, visto da me che dalla nascita ho una gravissima degenerazione della retina che mi rende quasi cieca. Ma quel "quasi" associato al fatto che la mia condizione è pressocchè stabile dalla nascita, mi ha consentito di imparare ad individuare gli oggetti e ad orientarmi nello spazio utilizzando le poche informazioni visive di cui dispongo e tutte quelle provenienti dagli altri sensi. Ed è proprio grazie a ciò, che posso fotografare e farlo soprattutto durante le immersioni, mi trasmette una carica ed un interesse rinnovato verso le creature del Reef che rappresentano il centro della mia attenzione durante l’attività subacquea.
Non ci sono miracoli o stranezze di sorta in tutto questo, e mi preme sottolinearlo per sgombrare il campo da qualsiasi strumentalizzazione sensazionalistica per il fatto che una persona quasi non vedente faccia immersioni e fotografie.

In effetti la paura di essere considerata il fenomeno da baraccone della situazione mi ha tenuto lontana per un po' dalla stampa specializzata in fotosub e dalle manifestazioni relative all’argomento, proprio per la paura di non venire capita. Ma poi ho invece provato a dare fiducia all’intelligenza di chi legge e guarda le mie foto e così ho provato a rendere nota questa mia recente passione.

Ovviamente i miei soggetti sono tutti elementi statici, il più delle volte di dimensioni e consistenza adatte ad essere esplorati tattilmente. La mia attrezzatura, per il resto assolutamente comune, è stata da me scelta in base ad alcune caratteristiche di facile gestibilità: il selettore dell’apertura del diaframma ad esempio è di quelli che fanno un movimento a scatti e non continuo e , l’indicatore è tattilmente rilevabile. Utilizzo per lo più lenti addizionali grandangolari anche per scattare da una distanza inferiore che mi consente di controllare meglio il soggetto e di spostarmi meno dopo averlo esplorato. Le dimensioni della mia attrezzatura devono essere contenute perché ho sempre necessità di utilizzare le mani per comunicare e per esplorare e conoscere lo spazio in cui mi trovo.
Anche se a volte devo utilizzare il tatto quando alcuni particolari non sono per me visibili, considero la fotografia comunque un linguaggio del mondo della luce ed un mezzo per comunicare attraverso le immagini visive. Non sono assolutamente d’accordo nel considerare positivamente esperienze di disabili della vista che dipingono, disegnano e fotografano (non sott’acqua) ma che lo fanno essendo assolutamente inconsapevoli sia della natura visiva dei loro soggetti, che del risultato dei loro lavori. Fotografare non può essere un modo per trasferire in un codice visivo delle forme od esperienze tattili né per dimostrare di essere "normali" a tutti i costi solo perché si fanno cose che sono tipiche delle persone normovedenti. La fotografia è una forma di espressione che parte sempre da sensazioni di tipo visivo e non altro, perché la vista ed il tatto hanno caratteristiche, regole e qualità sensoriali completamente differenti e quasi mai paragonabili tra loro.

Ma questo continuo lavoro di deduzione e ricostruzione non è affatto diverso da ciò che faccio fuori dall’acqua e che consente alle persone ipovedenti di utilizzare al meglio il loro residuo di vista integrandolo con ciò che proviene dagli altri sensi.

Il mio specialissimo punto di osservazione, a metà tra il mondo dei vedenti e quello dei non vedenti, in effetti mi consente un approccio più "multimediale" alla vita.

Paradossalmente il mondo sott’acqua mi appare somigliante a quello terrestre più sotto l’aspetto visivo che osservandolo attraverso altre modalità sensoriali.

Molto spesso quando fotografo, devo memorizzare alcuni particolari osservandoli da vicino, per poi ricostruire mentalmente l’immagine dell’oggetto quando me ne discosto e lo fotografo da un’altra angolazione per cui debbo immaginare come il soggetto cambia forma o dimensioni a causa del mutare del punto di osservazione.

Infatti sott’acqua riesco, in presenza di soleggiamento e durante le ore centrali del giorno, a distinguere gli oggetti nello stesso modo in cui lo faccio sulla terraferma e con gli stessi limiti. Io non vedo ciò che è in movimento, ciò che è in penombra o al buio, non vedo tutto quello che si trova lateralmente rispetto alla direzione del mio sguardo e tutto quello che non è abbastanza contrastante rispetto allo sfondo circostante.

Ciò che invece rende per me speciale il mondo sottomarino e particolarmente quello tropicale, ha a che fare con sensazioni non visive: volare per vivere le 3 dimensioni, poter muoversi in quasi totale assenza di peso, affrancandosi così dalla gravità, poter toccare e riconoscere una tale varietà di organismi che posseggono caratteristiche tattili infinitamente più varie rispetto a qualsiasi elemento sulla terraferma; il calore che ti avvolge e ti contiene, tracciando un confine preciso tra la fine del tuo corpo e l’inizio del mondo esterno, in questo ambiente liquido, più denso e più presente di quello aereo e pertanto più contenitivo.

La mia tecnica di ripresa

Un altro modo di vedere il mare

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