Dinamiche motivazionali e aspetti psicopatologici

nella immersione subacquea

di

Gaetano Venza e Francesca Boatta*

 

1. Premessa.

Sebbene esistano alcune pubblicazioni risalenti a circa cinquanta anni fa, l’indagine psicologica e psichiatrica sulla immersione subacquea va ancora considerata ad uno stadio iniziale, ricco di interessanti ipotesi e di importanti riflessioni di natura empirica, ma lacunoso in merito a conclusioni di sufficiente validità scientifica.

Negli ultimi anni si è comunque registrato un significativo incremento degli studi e delle pubblicazioni.

In questo contributo cercheremo di ‘fare il punto’ della situazione rispetto a due fra gli ambiti di ricerca finora più studiati: le dinamiche motivazionali e gli aspetti psicopatologici. Cercheremo cioè di proporre in merito una rassegna degli studi più affidabili fra quelli di cui siamo venuti a conoscenza.

Precisiamo inoltre che rivolgeremo la nostra attenzione alla sola immersione con autorespiratore, sia nella sua versione ricreativa (cioè l'attività dilettantesca compiuta in genere nel tempo libero con l'accompagnamento di una guida professionista), che in quella tecnica o profondista (riservata a professionisti o ad amatori particolarmente addestrati, finalizzata alla esplorazione profonda o a prestazioni sportive di grande rilievo). Resta quindi esclusa dal nostro attuale campo di interesse l’immersione in apnea.

 

2. Utilità della ricerca.

L’utilità della ricerca psicologica e psichiatrica sulla immersione subacquea con autorespiratore è riferibile principalmente al:

fornire indicazioni che rendano più efficace l’addestramento dei sub e la stesse procedure dell’immersione guidata e tecnica;

individuare le controindicazioni psicologiche assolute e parziali alla stessa pratica della subacquea.

Più in generale un obiettivo ‘sovraordinato’ può inoltre riguardare l’implementazione dei livelli di sicurezza, e l’abbattimento delle condizioni di rischio potenziale di incidente. Va infatti ricordato che, seppure con incidenze non alte, gli incidenti subacquei si verificano e che, seppure con statistiche molto confortanti, di subacquea si può anche morire, in genere per una catena di eventi che vede l’attacco di panico giocare un ruolo centrale.

Altri motivi di interesse per questi studi hanno a che vedere con applicazioni possibili della subacquea, per la quale si intravedono finalità riabilitative per persone in situazione di svantaggio sia psicosociale che fisico, nonché possibilità di uso della esperienza subacquea nella formazione per le organizzazioni, ed in altre pratiche di sviluppo personale (Gargiulo M.L., 2003; Venza G., 2002).

 

3. Motivazioni di carattere sociale.

Prima di addentrarci nella disamina degli aspetti psicologici in senso stretto, è assolutamente indispensabile segnalare, al fine di un corretto inquadramento della subacquea ‘ricreativa’, che, a causa dell’enorme aumento del numero di praticanti verificatosi negli ultimi anni, la subacquea va ormai considerata un vero e proprio fenomeno sociale. Non possono quindi non essere prese in considerazione nello studio delle motivazioni quelle di ordine sociale, relative cioè non solo al rapporto con il mondo sommerso, quanto con il mondo sociale ‘terrestre’ dei subacquei, motivazioni che hanno, ad esempio, a che vedere con l’appartenenza gruppale e con i bisogni di condivisione dell’esperienza.

La dimensione sociale della subacquea ricreativa si evidenzia già dal suo essere quasi sempre strutturata come un'attività di gruppo all'interno del quale ciascuno ha un suo ruolo (Capodieci S., 2002). Per Bachrach (1978) "pochi sport sono così organizzati in club come quelli subacquei. Il piacere di condividere l’esperienza dell’immersione e le conversazioni che l’accompagnano sono la principale ricompensa per il subacqueo. L’identificazione con il gruppo è di fondamentale importanza". Il desiderio di appartenere ad un gruppo o ad un club di subacquei, quindi, come una delle motivazioni che possono spingere verso questa pratica. E’ infatti facilmente constatabile che i simboli di affiliazione come stemmi, magliette o particolari procedure che aiutano la persona a sentirsi parte di un gruppo omogeneo e differenziato dall’esterno, sono divenuti abbastanza di prassi e generalmente con un buon grado di successo in termini di capacità aggregante e di mantenimento della frequentazione delle persone nel lungo periodo (Gargiulo M.L., 2002).

Un altro aspetto di natura sociale ha a che vedere con la competitività e con la soddisfazione dei bisogni di stima e autostima. Facilmente, sebbene si tratti di attività non competitive, in alcune persone si sviluppano comportamenti sostitutivi rispetto a quelli classicamente agonistici che vengono, per così dire, "tradotti in numeri": profondità, aria residua, o quantità delle immersioni (ibidem).

Gli aspetti motivazionali di natura sociale ‘a secco’ (cioè non in stato di immersione) meritano comunque di essere presi in considerazione non solo perché esistono ed influenzano la dinamica sociale del gruppo dei subacquei, ma perché è plausibile ritenere che possano avere una influenza sul comportamento sott’acqua, e questo non solo nella direzione della sicurezza, ma anche della ‘creazione’ dell’incidente. L’approfondimento, mediante idonei programmi di ricerca, della dinamica sociale della subacqea ricreativa, potrebbe quindi offrire delle indicazioni relative alla gestione dei frequentatori delle associazioni e dei centri di immersione, come dimensione ‘preparatoria’ alla effettuazione di immersioni ricreative sicure.

 

4. La subacquea: uno sport?

Per comprendere le dimensioni motivazionale e psicpopatologica della pratica subacquea, oggetto di questo nostro contributo, è inoltre necessario soffermarsi su alcuni aspetti che caratterizzano e definiscono la subacquea stessa, come quelli della sua possibile ‘tipologia’ sportiva e quelli, che vedremo nel prossimo paragrafo, della sua specificità ‘ambientale’.

Capodieci (2002) si è soffermato su alcune caratteristiche che possono "differenziare l’immersione subacquea di tipo sportivo (anche tecnica) da altre discipline facendone un’esperienza con una forte valenza emotiva oltre che una pratica sportiva". Fra queste, quelle per cui

 

5. Il mondo subacqueo: un altro mondo?

L’altro elemento di cornice e di inquadramento preliminare al fine di un corretto approccio ai nostri temi, è quello di tipo descrittivo dell’ambiente subacqueo e delle sue interazioni con esseri aero-terrestri come gli uomini. Se infatti si può arrivare alla subacquea per svariati motivi come l’emulazione, lo spirito di avventura, il desiderio di fare una nuova esperienza, o per semplice curiosità, una volta sott’acqua si entra in un mondo pieno di elementi e stimolazioni che motivano a tornarci o, più raramente, allontanano da esso.

Vediamo allora di dire qualcosa su questo mondo.

L’immersione subacquea con autorespiratore consente di vivere una esperienza a fortissima valenza emozionale, in quanto ci fa entrare in un mondo ‘altro’, un vero e proprio ‘altro mondo’. Secondo Capodieci (2002) il momento in cui viene attraversata la linea che segna il confine tra l’aria e l’acqua può addirittura essere considerato il momento più significativo dell’attività subacquea, perché viene varcato un confine reale, unico, diverso da qualsiasi altro confine di tipo metaforico tra dimensione reale e virtuale o tra somatico e psichico.

In questo altro mondo la nostra relazione con alcuni dei parametri che organizzano ed orientano in maniera rigida la nostra vita quotidiana si modifica profondamente. Pensiamo ad esempio allo spazio, che diventa pienamente tridimensionale perché può essere realmente occupato lungo tutte e tre le sue dimensioni, e non solo lungo le due cui siamo abituati. Sott’acqua, cioè, ci si può spostare non più solo in avanti e indietro o lateralmente, ma anche verso il basso e verso l’alto, ed è proprio questa terza dimensione a costituire il ‘nucleo’ della immersione stessa.

Come ha notato Gargiulo (2003) "la necessità di scaricare il nostro peso corporeo su di una superficie orizzontale che noi abbiamo in ambiente aereo, ci costringe a passare la nostra vita attaccati al suolo e a vivere la dimensione spaziale solo dal punto di vista bidimensionale. In altre parole tutti i momenti della nostra vita noi ci localizziamo e ci collochiamo nello spazio attraverso un criterio basato su due dimensioni. Anche se sappiamo che lo spazio ne ha tre ne occupiamo la terza solo limitatamente alla nostra altezza. La terza dimensione che si estende al di sopra del nostro capo può essere conosciuta attraverso i sensi distali della vista e dell’udito, non può però essere dominata né occupata fisicamente o vissuta realmente da noi in nessun caso. Ciò limita sia il nostro modo di percepire lo spazio che la quantità e qualità delle posture che possiamo assumere. In ambiente subacqueo questa limitazione non esiste perché ci è consentito di viverla concretamente, occupando tutta la terza dimensione. Anche la nostra collocazione ed il nostro orientamento all’interno di uno spazio viene ad essere completamente modificato in virtù del fatto che siamo costretti a tenere in considerazione contemporaneamente tre dimensioni alla volta per poterci collocare".

Ancora: la forza di gravità è sempre presente ma venendo contrastata dalla elevata densità dell’acqua, si può vivere la piacevolissima sensazione di ‘galleggiare’ senza peso o di ‘volare’, soprattutto dopo avere imparato, con un po’ di esperienza, ad equilibrare la propria posizione con l’uso del GAV (giubbotto ad assetto variabile): si può andare verso il basso senza precipitare, e risalire con una pinneggiata lenta e tranquilla per recuperare il percorso che riporta verso la superficie.

Si vivono inoltre sensazioni e percezioni profondamente diverse da quelle della vita ordinaria, perché, essendo l’ambiente molto denso, il confine del corpo è molto chiaramente percepibile. Di nuovo con Gargiulo (ibidem), possiamo rilevare come "in ambiente aereo la densità e la pressione dell’aria che ci circonda non sono sufficienti per consentirci di percepirne la presenza. Ci muoviamo, infatti, come se fossimo nel vuoto, anche se in realtà siamo immersi nell’aria. Anche la resistenza ai nostri movimenti che viene esercitata da questo elemento gassoso, non è sufficiente per poterci consentire la percezione del confine tra la nostra pelle e l’aria stessa, ossia tra l’interno e l’esterno di noi. In ambiente subacqueo invece è possibile, anzi è molto comune riferire l’esperienza della consapevolezza costante del confine dello spazio entro il quale siamo contenuti, in quanto possiamo facilmente percepire la presenza dell’acqua che ci circonda e che ci avvolge, riempiendo tutto lo spazio esterno a noi. Così soggettivamente non solo scopriamo che non siamo nel vuoto, ma percepiamo in modo contenitivo e presente il limite fisico dello spazio tridimensionale occupato da noi stessi, e costantemente il confine tra il sé e l’altro da sé".

Si ascolta inoltre distintamente, e si vede sotto forma di bolle, il proprio respiro: "In ambiente subacqueo si ha la possibilità di percepire direttamente una serie di parametri di cui il più importante è quello del ritmo respiratorio il quale finalmente emerge dal rumore di fondo degli altri rumori finalmente silenziati. Esso è uditivamente e propriocettivamente addirittura amplificato dall’attrezzatura necessaria a respirare…. nella massima parte dei casi il rumore procurato dalle bolle della nostra aria espirata, è assolutamente l’unico rumore per tutta l’immersione" (ibidem).

"La preparazione dell’equipaggiamento, il briefing, l’ultima verifica dell’attrezzatura, l’assenza di gravità, lo scendere nel ‘blu’, la modificazioni dei colori, l’affidarsi al compagno e al gruppo, la continua verifica di se stessi, il sentire il proprio respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature marine, la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione alla vista di un relitto, di un anfora o di una grotta, l’euforia per l’impresa compiuta, il parlare dopo il silenzio" (Capodieci, 2002), sono tutte specialissime condizioni che possono veicolare forti simbolismi.

Inoltre, durante l’immersione si può sperimentare una sensazione di estraniamento ed isolamento quasi totale dal mondo della vita ordinaria, cosa che può avere un altissimo valore di rilassamento, al punto che molti sub sostengono di ricavare dall’immersione un immediato beneficio psico-fisico.

Ancora, se intendiamo per salute non solo l’assenza di malattia, ma la qualità complessiva delle nostre relazioni sia con il nostro corpo, che con l’ambiente, l’immersione subacquea può costituire una occasione di incremento del proprio stato di benessere perché permette un enorme ampliamento del proprio spettro esperienziale, e non solo in termini sommativi (cioè: ‘faccio esperienza di un altro mondo’) ma anche in termini di parziale riconfigurazione della propria rappresentazione di sé e delle proprie relazioni, perché si guarderà alla vita ordinaria diversamente da come la si è sempre guardata, con un miglioramento, quindi, del nostro grado di flessibilità mentale.

Come ha fatto notare Gargiulo (2003), sott’acqua i sensi "distali", quelli che cioè servono a percepire elementi posti distanti da chi osserva, come l’udito, sono annullati oppure sono messi in condizione di non funzionare al massimo delle loro potenzialità, mentre i sensi "prossimali", che riguardano invece la conoscenza dell’ambiente a contatto con la persona o di quello che si trova al suo interno (propiocezione) sono esaltati. "Così nell’immersione per quanto attiene l’esterocezione sono più agevolate le percezioni prossimali, e sono poi esaltate tutte le informazioni di tipo propiocettivo ed interocettivo. Questa condizione percettiva conduce ad una maggiore concentrazione sul mondo interno rispetto a quello esterno", ed è probabilmente la causa principale della particolare valenza introspettiva dell’immersione subacquea.

 

6. L’idealizzazione del mondo sottomarino e la risoluzione in un altro mondo di problemi della vita ordinaria.

L’assoluta specificità dell’ambiente subacqueo, prima tratteggiata, ha fatto sì che si sia parlato dell’immersione come "esperienza di vita parallela" (Antonelli F., 1975), immagine che possiamo utilizzare per avviare la rassegna delle ipotesi sulle motivazioni partendo da quella per la quale il subacqueo può ritrovare nel mondo sommerso qualcosa che non riesce a vivere o a soddisfare nella vita quotidiana. Durante l’immersione, infatti, sembra che diventi più importante ciò che si prova o ciò che si immagina di poter osservare rispetto a quello che realmente si incontra. Da colloqui clinici svolti con sub di diverso ceto ed estrazione sociale si è evidenziato che non è il mondo subacqueo reale a stimolare e ad attrarre il subacqueo, ma l’idealizzazione di esso (Pelaia P., 1981). "Questo aspetto è verificabile sul piano interpersonale quando, durante il "debriefing", ogni subacqueo racconta di aver visto pesci, coralli o di aver provato delle sensazioni, che molto spesso differiscono dalle esperienze e dai racconti degli altri subacquei, come se ognuno avesse fatto un’immersione diversa" (Capodieci S., 2002).

Inoltre, proprio per il fatto di verificarsi in un luogo totalmente ‘altro’, l’immersione soddisferebbe bisogni che originano da vissuti di tipo carenziale, finalizzati perciò alla diminuzione dello stato di tensione, che possono originare dal vivere momenti di difficoltà. Odone et al. (1983) hanno sostenuto che la regressione, vissuta piacevolmente dal subacqueo nell'immersione, svolga il significato di un meccanismo di difesa contro l'angoscia o i vissuti conflittuali che si sviluppano nella vita relazionale quotidiana.

"In alcune persone, il silenzio, il controllo della respirazione, la mancanza di gravità, spesso creano (non troppo celatamente) uno stato di " vuoto di significati" e stimoli sul piano razionale e creano una reazione di maggiore percezione di elementi provenienti dal mondo interno. A volte questo favorisce uno stato di rilassamento, calma, pace, concentrazione. Questo fenomeno può certamente dirsi come favorente una diminuzione dello stato di ansia e di paura e pertanto ha tutte le caratteristiche per potersi collocare come una soddisfazione di bisogni attinenti al livello della sicurezza. Non è raro sentire subacquei che riferiscono di raggiungere uno stato di calma solo andando sott’acqua, alcuni riferiscono che la mancanza di rumore, la necessità di concentrarsi su parametri fisiologici, quali il respiro, ecc., li induce in una sorta di stato di grazia, un senso di protezione e di mancanza di qualsiasi tensione e necessità". (Gargiulo M.L., 2002)

Qualora la pratica subacquea venga portata a livelli avanzati, l’affermazione sociale che se ne ricava può infine assumere particolari significati sostitutivi, contribuendo a trovare il senso della propria identità attraverso il rivestire un ruolo di prestigio nel gruppo.

 

7. Aspetti motivazionali.

7.1. Il sociale sott’acqua.

"Il subacqueo sportivo a differenza di chi pratica altre discipline non deve vincere nulla, non ha un traguardo da superare a tutti i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche c’è un traguardo dato dal raggiungere una certa profondità o dal riuscire a visitare un particolare relitto, ma questo tipo di "traguardi" sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione di altri compagni di immersione. Il subacqueo aspetta chi rimane per ultimo e interrompe l’immersione se una persona non si sente bene o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. La maggior parte dei subacquei sono caratterizzati da scarso spirito competitivo e se il desiderio di emergere e di gareggiare non è un elemento che caratterizza l’immersione, questo non vuol dire che chi pratica la subacquea non abbia il senso dell’agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico della struttura psichica dello sportivo" (Capodieci S., 2003). Secondo De Marco (1987) il subacqueo esprime ciò in modo diverso, con differenti obiettivi. Egli lotta, si difende, combatte, aggredisce, ma il suo avversario è più l’ambiente che lo circonda che un suo collega. Il suo agonismo, indubbiamente atipico (in ciò paragonabile a quello degli alpinisti), è correlabile alla pericolosità dell’immersione.

"L’aspetto sociale o per meglio dire, il livello dei bisogni di affetto ed appartenenza, deve essere considerato anche alla luce del fatto che i subacquei sono pressoché obbligati dalle varie didattiche ad osservare il "sistema di coppia" ossia una serie di regole tendenti alla mutua assistenza, ma anche alla costante comunicazione delle proprie condizioni, attraverso dei gesti codificati. Il compagno di immersione è un elemento che, pur avendo una funzione di aumento della sicurezza e diminuzione dei rischi, è un elemento che presenta anche connotati di tipo relazionale: deve essere lo stesso per tutta la durata dell’immersione e viene assegnato dal capo gruppo (la guida o l’istruttore) durante il briefing" (Gargiulo M.L., 2002).

Questi aspetti sociali sono, visti ‘da terra’, apparentemente contraddittori con il grande bisogno di isolamento che indubbiamente deve giocare un ruolo importante in chi decide di praticare la subacquea. Probabilmente bisognerà studiare tali aspetti tenendo presente la specificità della dimensione subacquea che poco si presta ad essere traguardata con le categorie ordinarie della vita terrestre, e che richiede invece di accettarne incondizionatamente le dimensioni di intrinseca contraddittorietà. Facilmente potremo imbatterci infatti in studi dalle conclusioni contrastanti come quelli di Tatarelli (1968) che affermava che "il tipo chiuso, introverso è inadatto a questo genere di attività, che potrebbe essergli persino nociva accentuandone le già depresse qualità morali", mentre Caneva e Zuin (in Biersner R.J., 1971), in uno studio su 46 subacquei hanno rilevato un elevato grado di introversione come elemento predominante.

7.2. Il personale sott’acqua.

Distinguendo solo artificiosamente ed a fini espositivi il sociale dal personale (come faremo ancora più avanti parlando ‘separatamente’ di aspetti conflittuali e psicopatologici), andiamo agli aspetti motivazionali più squisitamente personali, legati cioè alla relazione con sé stessi e con l’esperienza vissuta, esperienza che nonostante il sistema di coppia, mette fortemente in relazione con sé stessi, avvolti interamente dalla densità dell’acqua.

Oltrepassare il confine tra l’esterno e l’interno, fra l’aria e l’acqua, ed entrare nel mondo sottomarino, ci consente come dicevamo la straordinaria esperienza di trovarci in un altro mondo, cosa che probabilmente attiva un funzionamento mentale ed una psicodinamica parzialmente diversi da quelli che orientano la nostra vita ordinaria. Questo probabilmente fa sì che le motivazioni che ci portano ad immergerci possano essere le più diverse ed anche contraddittorie. "Non è semplice spiegare la contraddittorietà insita tra la condizione di isolamento del subacqueo in profondità e il suo elevato livello di responsabilità verso il compagno e il gruppo più vasto" (Capodieci S., 2002).

Trattandosi di un'attività caratterizzata sia da vissuti e da momenti di completo isolamento che di significative relazioni e momenti di coppia e di gruppo, alle motivazioni sociali se ne accompagnano infatti altre, apparentemente antisociali, come i desideri di isolamento. Il subacqueo in immersione, infatti, è completamente separato dal mondo esterno. "Sono numerosi i subacquei che riportano vissuti di isolamento provati durante l'immersione. Probabilmente si tratta di una dimensione che viene sperimentata più facilmente nell'immersione profonda sia per la ridotta visibilità sia per la consapevolezza della grande quantità d'acqua che separa dalla superficie" (Capodieci S., 2003).

"Alcuni subacquei descrivono se stessi diversi quando si trovano sott'acqua: "Mi sento più rilassato", "Divento più tranquillo", "Mi sembra che i miei problemi siano più piccoli", "Sono più consapevole del mio corpo". A volte queste affermazioni danno l'idea che ci sia una regressione o un ritorno a stadi più precoci dello sviluppo, relativamente agli aspetti che riguardano la sensazione di assenza di peso, l'essere isolato e la libertà dalle preoccupazioni" (ibidem). Ancora Capodieci (2002) riferisce affermazioni di subacquei come: "Ho la sensazione di essere senza peso e quindi di volare, sentire l'acqua scorrere sul corpo, interagire con le altre forme di energia che sono in acqua, osservare quella varietà biologica che in acqua non ha eguali"; "Vado in acqua per conoscere un mondo diverso; quello che mi spinge è la voglia di conoscere, dagli organismi diversi ai relitti (pezzi di storia dimenticata) ...forse è solo curiosità"; "Appena metto la testa sott'acqua d'improvviso mi si svuota da ogni riferimento con tutto ciò che sta sopra la superficie".

Un’altra possibile motivazione che spinge sempre più persone ad immergersi sott’acqua è da ricercare nel crescente bisogno di trovare nuove cariche emotive che consentano di coniugare l’amore per le attività avventurose con un rapporto intimo con la natura. (ibidem).

Un ulteriore aspetto motivazionale può poi avere a che vedere con la spinta alla ribellione. Come ha segnalato Capodieci (ibidem) la subacquea è infatti sia ribellione contro le leggi della natura che, mediante l’isolamento autoimposto, contro la società. Biersner (1973) ha confrontato 95 marinai che lavoravano come sommozzatori con 95 marinai che svolgevano altre mansioni a bordo trovando che i subacquei avevano effettuato da giovani più fughe da casa, giocavano più spesso a poker e ricevevano un numero maggiore di multe rispetto al gruppo di controllo dei marinai. L’autore ha ricavato un’impressione generale sul subacqueo come di una persona che, negli anni della maturità, è un ribelle, un anticonformista e un amante dell’avventura. "Forse l’attività subacquea - concludeva - attira gli individui con queste tendenze naturali".

 

8. Aspetti motivazionali arcaici.

L'attrazione quasi irresistibile che molti sub vivono verso l'immersione, al punto da esprimersi in termini di 'crisi di astinenza' rispetto ai periodi di inattività, si ipotizza che sia anche dovuta ad un inconscio rivivere le dimensioni particolarissime di immersione in ambiente liquido della vita intrauterina e quindi al recupero di una acquaticità che progressivamente si va perdendo dopo la nascita ma che è presente nei primi mesi di vita quando il neonato è perfettamente capace, grazie ad un riflesso di apnea, di discrete permanenze sott'acqua.

"L’immersione è una risposta alle esigenze dell’inconscio tanto individuale che collettivo di recuperare quel rapporto primordiale presente tanto nel ritorno alla condizione intrauterina, dove la vita si svolge nell’acqua, quanto nelle profondità del mare dove vivono i pesci, nostri lontanissimi antenati" (Capodieci 2002).

Anche per quanto riguarda l’immersione nei relitti o in grotta "uanto

possiamo fare riferimento al vecchio archetipo della ricerca del tesoro sommerso" (ibidem), e comunque, sebbene questo discorso ci porterebbe molto lontano, non possiamo dimenticare che il mare e le sue profondità sono da sempre ed in moltissime culture nitidissime metafore dell’onnipotenza e dell’impotenza insieme. "questo di

Occorre partire dalla Genesi, quando nella Creazione si fa riferimento al fatto che Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza che domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo ...". L'uomo, confinato sulla terra, ha un'indicazione resa ancor più onnipotente dalla prescrizione divina di dover dominare gli animali degli altri due mondi: il cielo e il mare. Sono questi, infatti, i due mondi cui fanno riferimento i principali miti. Ed ecco che la mitologia e le leggende possono offrirci alcune ipotesi per aiutarci a capire il segreto dell'istinto per il profondismo" (Capodieci S., 2003).

 

9. Aspetti psicodinamici e conflittuali.

Un livello di analisi più ‘profondo’ (è proprio il caso di dirlo!) è quello che contempla le componenti inconsce e conflittuali della dinamica motivazionale e che si salda inevitabilmente con le dimensioni psicopatologiche e di personalità. Siamo qui nel regno delle contraddizioni e forse il mare come poche altre immagini bene si presta ad ospitare tale regno. L’immersione subacquea è forse l’unica esperienza dove possiamo vivere sia emozioni claustrofobiche per il fatto di essere completamente circondati dall’acqua, che agorafobiche per la sua immensità priva di riferimenti abituali. L’immersione può essere ritorno al ventre materno sia come condizione di benessere assoluto che di annullamento di sé, può essere sia ricongiungimento cosmico con la vita che desiderio di morte.

"Numerosi autori hanno rilevato che le motivazioni che spingono ad intraprendere l'attività subacquea hanno radici che traggono origine dalle dinamiche inconsce dell'individuo. Nel momento in cui si valica la linea di contatto tra l'aria e l'acqua e l'immersione è "agita" si svilupperebbe una divaricazioni tra pulsioni profonde e motivazioni consce. E' in questa condizione che possono affiorare conflitti interiori, come argomenta J. Hunt nei suoi lavori, che fanno emergere le pulsioni libidiche e quelle aggressive del soggetto che pratica l'immersione. L'immersione corrisponderebbe - sostiene De Marco - all'affiorare di un mondo interiore proiettato attraverso le dinamiche della fantasia inconscia nel mondo sottomarino. Questa esperienza, che svolge una funzione simile a quella del sogno, non è strettamente attinente al momento dell'immersione, anzi spesso viene a essere vissuta prima o dopo l'immersione stessa" (Capodieci S., 2003).

E’ possibile poi ipotizzare che la pratica subacquea sia sostenuta da meccanismi di difesa contro le proprie spinte aggressive, grazie all’isolamento dalla vita ordinaria ed alla costruzione di "un luogo (la dimensione subacquea) dove non vi sia lo spazio per le manifestazioni aggressive, specialmente quando diventano pericolose" (Capodieci S., 2002). "Altri meccanismi di difesa, che possono essere presenti nell'immersione, sono lo spostamento e la negazione, che consentono al subacqueo di investire su oggetti meno conflittuali e di vivere così minori sensi di colpa. La funzione di questi meccanismi è di far sì che il subacqueo durante l'immersione possa incontrare "nemici" sottomarini temuti, ma meno pericolosi di quelli reali, presenti sulla superficie terrestre. Le immersioni che espongono il subacqueo a rischi di incidenti o i tentativi di superare i propri limiti rappresentano quindi un venir meno di questi meccanismi di difesa. La ricerca dell'isolamento fallisce e l'aggressività (a causa dei sensi di colpa non più mascherati o spostati) viene rivolta verso se stessi. Le situazioni di pericolo possono essere create anche per il desiderio di appagare grosse spinte di tipo narcisistico; si tratta di momenti di grande onnipotenza, che hanno spesso una funzione compensatoria a vissuti di frustrazione o di inadeguatezza" (Capodieci S., 2003). Il fatto che spesso ansie, fobie e attacchi di panico hanno riguardato non solo i principianti, ma anche i professionisti e che incidenti si verificano anche per sommozzatori molto esperti potrebbe essere compreso partendo dall’ipotesi che l’immersione determinerebbe l'affiorare di un mondo interiore che viene proiettato nel mondo sottomarino e che ciò potrebbe favorire l'emergere di conflitti inconsci.

Un contributo di prospettiva strettamente psicoanalitica è stato inoltre fornito da Hunt (1996) mediante interviste cliniche a subacquei professionisti che hanno permesso di ipotizzare come "il coinvolgimento in una particolare occupazione o sport o attività ricreativa affonda spesso le radici nella prima infanzia…… l'immersione tecnica diventa una speciale arena in cui alcuni uomini sembrano rappresentare e tentare di risolvere i conflitti che scaturiscono da esperienze infantili con padri assenti o tirannici". Facendo riferimento anche a studi di altri Autori, la Hunt ha sostenuto che "più rischioso e violento è lo sport, più facilmente problemi di bisessualità, di virilità, aggressività e sadomasochismo influenzano la partecipazione allo sport di un individuo" (ibidem), e confermato l’idea della rilevanza del rapporto con la figura paterna nella scelta di praticare sport estremi. Sebbene i suoi studi abbiano confermato la dimensione conflittuale dell’immersione tecnica, la Hunt ha sottolineato anche che "l'immersione in acque profonde richiede impegno e abilità considerevoli e che può essere un'attività relativamente priva di conflitti e creativa. I subacquei che praticano le immersioni profonde, come gli artisti e gli atleti che appartengono ad un’élite, possono impegnarsi a fondo per raggiungere un'immortalità simbolica grazie a imprese notevoli che sfidano i limiti umani fisici, intellettuali e culturali" (ibidem). Dopo il dominio di correnti psicoanalitiche affascinate dalla idea di una psiche strutturalmente destinata alla sofferenza ad alla infelicità, le teorie psicodinamiche accettano infatti oggi l’idea di una compresenza negli sport estremi, oltrechè di istanze distruttive (addirittura suicidarie), anche di desideri di accrescimento e di confronto con i propri limiti.

 

10. Un approfondimento: ansia e panico.

E’ noto che l’ansia, così come la paura, è uno stato emozionale ad alto valore adattivo e sopravvivenziale; essa infatti permette di vigilare funzionalmente sugli aspetti potenzialmente minacciosi dell’ambiente, così come la paura ha un valore di spinta alla messa in atto di comportamenti di fuga o evitamento del pericolo. Cosicché possiamo affermare che la totale assenza di ansia è un elemento negativo per l’individuo e che, al contrario, la presenza di un certo grado, non eccessivo, di ansia favorisce attenzione e concentrazione, e motiva al raggiungimento degli scopi, mentre ancora, con riferimento al nostro caso, "un eccessivo stato d’ansietà può condurre a quella dimensione cognitiva e percettiva ridotta, nella quale la concentrazione e l’attenzione del subacqueo può spostarsi su timori interiori facendogli trascurare aspetti importanti, come la risalita lenta verso la superficie" (Capodieci S., 2001).

Lo studio dell’ansia nei sub ha così un posto di grande importanza nella prevenzione degli incidenti, anche perchè l’ansia diminuisce la tolleranza alla fatica, determina un maggior consumo di aria, facilita la messa in atto di errori di procedura. Non solo, esiste, come meglio vedremo avanti, correlazione fra ansia e attacco di panico, evento questo pericolosissimo sott’acqua perchè in una situazione di panico, il sub è in genere spinto a raggiungere la superficie il più rapidamente possibile, andando incontro a probabile malattia da decompressione. Inoltre, "un recente studio ha dimostrato che oltre la metà dei sub esperti intervistati ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico. Statistiche del DAN (Divers Alert Network) e dell’Università del Rhode Island sostengono che il panico è stato responsabile del 20-30 percento degli incidenti mortali in immersione ed è probabilmente la prima causa di morte nelle attività subacquee" (ibidem).

Uno stato di ansia può essere indotto dai più diversi fattori ed è noto come il mare e l’ambiente sottomarino siano luoghi molto ‘ricchi’ di potenziali stressor, così come sono oggetti privilegiati nelle possibili tipologie delle fobie umane, sia degli individui che delle collettività. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, alle fobie dell'acqua, dei pesci, del buio, degli spazi chiusi, di venir schiacciati, di non poter respirare, di venir mangiato vivo, della profondità, di annegare, della morte.

Se quindi ogni soggetto è potenzialmente esposto a stati di ansia durante o subito prima di una immersione, la ricerca clinica ci ricorda che i soggetti che presentano tratti di personalità ansiosa sono maggiormente soggetti sia a vivere stati di ansia che a subire un attacco di panico (ibidem).

L’attacco di panico può insorgere in diversi modi: sia in assenza di elementi scatenanti visibili; sia "subito dopo l’esposizione a, o nell’attesa di, uno stimolo o fattore scatenante situazionale, come la perdita d’aria o altri malfunzionamenti dell’attrezzatura, il disorientamento in un relitto o in una grotta, una visibilità molto ridotta o il non vedere più il compagno di immersione" (ibidem); sia in modo non necessariamente associato allo stimolo o non "necessariamente subito dopo l’esposizione (ad esempio un attacco di panico si manifesta dopo mezz’ora in cui si è incrociato uno squalo o dopo aver effettuato una discesa nel "blu" lontano dalla parete) (ibidem).

Sott’acqua il panico può essere talmente forte da indurre una vera sensazione di terrore. "E’ stato osservato che individui ansiosi, sottoposti ad esercizio fisico intenso mentre indossano una maschera, se la strappano via dal viso se credono di non poter respirare adeguatamente. E’ stato riferito di subacquei in preda al panico, che si toglievano l’erogatore e resistevano se il compagno cercava di rimetterglielo in bocca, nonostante avessero le bombole cariche ed un sistema di erogazione perfettamente funzionante" (ibidem).

Cosa è possibile fare per prevenire l’insorgenza di episodi acuti di ansia o attacchi di panico sott’acqua? Se certamente non si può pensare a procedure che assicurino l’eliminazione assoluta del problema, a causa del suo determinismo polifattoriale, testimoniato anche dal fatto che pure "subacquei con molti anni di esperienza possono sperimentare un attacco di panico" (ibidem), alcuni accorgimenti pratici ed indagini cliniche preliminari possono certamente ottenere un abbattimento del rischio di insorgenza.

La presenza di uno stato d’ansia durante l’attività subacquea o i suoi preparativi può essere ipotizzata, come i subacquei professionisti sanno, sulla base di alcuni indicatori quali respirazione accelerata, tensione muscolare, occhi spalancati o evitamento del contatto visivo, irritabilità o distraibilità, comportamento di "fuga verso la superficie", perdite eccessive di tempo nel preparare l’attrezzatura o per entrare in acqua, problemi immaginari riferiti all’attrezzatura o alle orecchie, logorrea o marcata silenziosità, mantenimento di una presa stretta con la scaletta della barca o con la cima dell’ancora (PADI, 1999). Poichè l’ansia di stato può sfociare in immersione in un episodio acuto o in un attacco di panico è prudente che l’immersione non venga effettuata laddove si pensi che il soggetto si trovi in tale condizione psichica. L’ansia di tratto (cioè una stabile caratteristica ‘ansiosa’ della personalità) richiede invece un impostazione del discorso un po’ diversa rispetto all’ansia di stato. Innanzitutto richiede una precisa diagnosi professionale e non certo la ‘valutazione empirica’ cui abbiamo fatto riferimento per l’ansia di stato. Esistono in proposito ormai diversi protocolli psicodiagnostici, ed in particolare una proposta di Capodieci (2001), specifica per i subacquei, che prevede lo somministrazione di una batteria composta da tre test che permette di accertare la presenza dell’ansia di tratto, di differenziarla dall’ansia di stato, e di valutare la predisposizione al panico.

L’importanza della valutazione professionale dell’ansia di tratto è dovuta anche al fatto che non necessariamente tale dimensione di personalità si traduce sempre e comunque in stati di ansia per cui può accadere che un soggetto con personalità ansiosa non manifesti alcun problema prima dell’immersione per poi avere sott’acqua un episodio acuto o un attacco di panico.

A differenza dell’ansia di stato, che va valutata al momento e rispetto alla quale può essere il caso, come dicevamo, di rinunciare ad effettuare l’immersione, per l’ansia di tratto l’intervento deve riguardare non la singola immersione ma la preparazione subacquea complessiva del soggetto e la configurazione generale del tipo di immersioni da lui praticabili. Escludere infatti "dall’attività subacquea coloro che hanno semplicemente un livello intrinseco d’ansia maggiore sarebbe difficile e probabilmente non legittimo" (ibidem). La predisposizione all’ansia può essere superata con l’aiuto dell’esperienza e dell’addestramento: "Queste persone dovrebbero effettuare un addestramento più prolungato, meglio se personalizzato con un istruttore, e limitare la propria attività alle immersioni ricreative che non comportano l’obbligo di tappe di decompressione" (ibidem).

 

11. Reazioni particolari: diniego e claustrofilia.

Meritano inoltre di essere segnalate due reazioni particolari, in quanto favorenti incidenti potenzialmente gravi. La prima, segnalata da De Marco (1987), è una inuantin Una reazione che si è manifestata in alcuni subacquei ed è definibile come "paura del ritorno in superficie", sorta di sentimento claustrofilico con nostalgia della profondità ed un vissuto per cui ci si sente più protetti sott'acqua piuttosto che in superficie (Capodieci S.,2003). Affine appare quanto riportato da Bana (1980) che fa riferimento ad un meccanismo di conversione somatica dell’angoscia rispetto ad un subacqueo ricreativo, che aveva chiesto un aiuto medico per dei ricorrenti episodi di cefalea che si verificavano nella fase di risalita dell’immersione a circa 10 metri di profondità; l’Autore ha imputato questa cefalea alla riluttanza del subacqueo a far ritorno in superficie dove lo aspettava la propria quotidianità, che risultava molto problematica. L’attività subacquea fungeva quindi per questa persona da "rifugio" e quando era il momento di abbandonarlo affiorava il disturbo psicosomatico.

La seconda, definibile come ‘sindrome del diniego’, ha a che vedere con la diffusa difficoltà, spesso proprio per coloro che praticano quest'attività a livello professionale o che hanno maggiore esperienza, ad ammettere/accettare la possibilità di avere avuto episodi riconducibili alla malattia da decompressione. Sembrerebbe una questione con un risvolto sociale legato ad un pregiudizio purtroppo molto diffuso negli ambienti subacquei secondo il quale stare male durante o a causa di un'immersione equivale ad essere un cattivo sommozzatore. Come ha notato la Hunt (1996), "nell’ambiente subacqueo …. gli incidenti sono considerati frutto di incompetenza; di conseguenza i sub, che hanno riportato una malattia da decompressione, subiscono un giudizio di tipo negativo che intensifica il senso di vergogna che può essere correlato a fantasie inconsce".

 

12. Controindicazioni psichiatriche.

Strettamente connesso ai temi qui trattati è quello delle controindicazioni psichiatriche, alle quali Psychiatry on line (POL.it) di settembre 1996 ha dedicato un esauriente testo (Psichiatria e attività subacquea) cui qui faremo largamente riferimento. L'immersione subacquea, per essere svolta in sicurezza, richiede precise condizioni di idoneità. "L’isolamento in un ambiente profondamente diverso da quello abituale, il confinamento in spazi ristretti, l’esposizione ad influenze esterne ostili e pericolose" richiedono una personalità idonea: integra deve essere la capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio, buona la capacità di concentrazione e di attenzione. Importanti sembrano anche il senso dell’ordine (ad esempio rispetto alla gestione e manutenzione delle apparecchiature ed al rispetto delle procedure), il senso di responsabilità nei confronti dei compagni di immersione, la capacità di prendere rapidamente decisioni.

Si ritiene quindi che si possano segnalare come condizioni assolutamente controindicate i disturbi psicotici, la claustrofobia, i disturbi dell’umore (sia depressivi che maniacali), i disturbi del controllo degli impulsi, i disturbi dello sviluppo, i disturbi da uso di sostanze psicoattive.

Sempre nello stesso saggio si segnala inoltre che "l'alcoolismo o l'abuso occasionale di bevande alcooliche prevede una condizione di inidoneità. Errori di giudizio sulle procedure di sicurezza e sull'immersione regolamentata dovuti a livelli anche bassi di alcoolemia sono pericolosi. Aggiunti alla narcosi da azoto possono dare effetti amplificati. Oltre alla possibilità di immergersi durante una condizione di alcoolemia acuta, il sommozzatore alcoolista potrebbe presentare altri problemi. Il fegato grasso, secondario all'abuso alcoolico prolungato a qualsiasi altra causa, può accrescere il rischio di una grave malattia della decompressione. Inoltre, la necrosi ossea asettica alcoolica può essere confusa o messa in relazione con l'osteonecrosi disbarica. E' possibile ipotizzare idoneità condizionata a visita psichiatrica qualora l'aspirante subacqueo con una storia di alcoolismo dimostri astensione dall'abuso di sostanze alcooliche per almeno un anno senza accusare effetti organici dovuti all'astinenza."

 

13. Conclusioni.

Come abbiamo già affermato, la ricerca sui temi qui trattati può certamente costituire un elemento di grande rilevanza per quanto riguarda la messa in atto di procedure idonee a migliorare le condizioni di sicurezza dell’immersione subacqeua. Ovviamente allo ricerca va associata la comunicazione e la diffusione delle sue risultanze, e meglio ancora il loro utilizzo nei programmi di formazione dei sub e delle loro guide ed istruttori.

Sono altresì auspicabili l’incremento degli studi differenziali sulle caratteristiche di personalità dei subacquei rispetto alla popolazione ‘esclusivamente terrestre’, così come l’approfondimento degli studi sulle caratteristiche e dinamiche sociali dei circoli subacquei.

Non vogliamo però concludere questa nostra rassegna senza fare riferimento al fatto che la dimensione psicologico-sociale della subacquea non si esaurisce certo all’interno dei temi della motivazione e della psicopatologia, ma riguarda a buon diritto aspetti molto più vasti e dagli sviluppi potenzialmente imprevedibili. Come segnalavamo parlando del mondo subacqueo come di un ‘altro mondo’, l’esperienza subacquea può permettere (se adeguatamente elaborata rendendola ‘oggetto’ di riflessione personale) di realizzare scoperte straordinarie sulle dimensioni relativistiche, cioè legate ai vincoli di contesto, della vita ordinaria (sia nei suoi aspetti corporei, che socio-mentali) degli uomini (Venza G., 2002). La frequentazione dell’ambiente subacqueo può cioè essere un utile strumento per costruire una relazione con la propria esperienza di vita caratterizzata da una maggiore elasticità mentale e da un migliore gestione delle difficoltà.

Come altresì dicevamo, è particolarmente diffusa l’esperienza del beneficio psico-fisico dell’immersione, sarebbe quindi di grande interesse approfondire mediante appositi programmi di ricerca "come e in che modo gli effetti benefici dell’immersione subacquea continuino anche dopo, durante la vita di tutti i giorni" (Capodieci S., 2002).

Siamo cioè convinti che lo scambio ed il confronto esperienziale fra mondo subacqueo e quello terrestre possano costituire per gli individui una grande opportunità di visualizzazione e riflessione rispetto alle molteplicità possibili della vita psichica e sociale, cioè dei propri mondi interni ed esterni e di scoperta delle loro reciproche interazioni e co-configurazioni.

Un fenomeno molto diffuso nelle fasi di avvio delle psicoterapie analitiche di gruppo è che molti pazienti sognano mari in tempesta, probabili metafore del proprio mondo interno ‘minacciato’ dalle prospettive di cambiamento offerte dalla terapia (Lo Verso G., 2002). Il mondo della propria vita, o meglio la rappresentazione che il paziente ne ha, entra infatti in contatto con un altro mondo sociale possibile, quello del gruppo terapeutico, dal quale è possibile guardare in modo diverso a sé stessi ed alle proprie relazioni. Sembra quindi che sappiamo bene, anche se non ci siamo mai immersi, che il mare può parlarci della nostra stessa esistenza e delle sue difficoltà, ma anche delle sue possibilità evolutive.

Con questa notazione finale non vogliamo infatti patologizzare la vita e pensare all’immersione subacquea come terapia possibile, bensì ribadire la nostra convinzione della straordinaria occasione di arricchimento e sviluppo che l’immersione può costituire per ogni persona. La diffusione della subacquea, oggi purtroppo guidata da forti spinte di commercializzazione, potrà offrire i contributi che qui auspichiamo solo se accompagnata anche da un incremento degli studi psicosociali su di essa. Le prospettive possibili sono grandi, come grande è il mare e come grandi sono gli spazi interni degli uomini e gli spazi metaforico-rappresentativi delle loro culture.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

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