L’immersione sul Rossarol 

di Cristiano Chieco

Sono da poco passate le 07.10 del 22/12/2001 quando Giuliano, il mio compagno nd’immersione, passa a prendermi sotto casa. La temperatura esterna è sotto zero e mentre ci avviamo verso la Croazia speriamo nell’esattezza delle previsioni meteorologiche. Il nostro appuntamento con la barca del diving è per le 10.30 a Lisignano un piccolo paese pochi chilometri dopo Pola dove è stato eretto un monumento in ricordo dei marinai del Rossarol.

La Croazia d’inverno è molto bella e poco trafficata così intorno alle dieci arriviamo al porticciolo e quello che ci colpisce smontando dalla macchina è la quiete quasi surreale che avvolge il paese.

Il quarnaro davanti a noi è calmo e l’acqua di un colore grigio si confonde con un cielo plumbeo dando l’impressione di essere un tutt’uno, il temuto vento di bora previsto non si è ancora levato e l’unico rumore che si ode proviene dalla debole risacca vicino al porto.

Essendo in anticipo decidiamo di montare le attrezzature, i bibombola, le bombole per la decompressione e la telecamera riservandoci di effettuare l’ultimo controllo una volta a bordo della barca durante il tragitto.

Avevamo pianificato un tempo di fondo di circa 15 minuti ad una profondità massima di 50 metri e per la decompressione avremmo usato nitrox 80 che ci avrebbe permesso in caso di peggioramento delle condizioni del mare di effettuare il cambio già dai 9 metri.

Alle ore 10.40 la barca del diving ormeggia sulla banchina e un quarto d’ora dopo ci lasciamo Lisignano di poppa puntando dapprima verso il mare aperto per poi piegare verso sinistra mantenendoci quasi paralleli alla costa.

A bordo della barca oltre a noi c’è il comandante, un suo amico e uno dei proprietari del diving dal momento che avevamo prenotato l’imbarcazione solo per noi, di conseguenza lo spazio a bordo non manca.

Dopo circa mezz’ora di navigazione i motori rallentano e guardando a prua si scorge (ed è proprio il caso di dirlo) una bottiglia di plastica che regge una cima sommersa. Mentre il capitano ancora la barca noi indossiamo le mute stagne e le attrezzature, entriamo in acqua e ci prepariamo alla discesa. Sotto di noi c’è un fondale di circa 50 metri, ma l’unica cosa che riusciamo a distinguere è la cima guida poiché davanti ai nostri occhi appare solo il buio, sembra di essere entrati in un tunnel la cui uscita, segnata dalla tenue luce della superficie, scompare dopo circa una decina di metri.

Io sono più fondo di Giuliano di qualche metro e voltandomi per guardarlo vedo a malapena i contorni della sua sagoma illuminati dal mio faro la cui luce viene dispersa dalla sospensione presente.

Il computer mi indica una profondità di 37 metri e penso che ormai dovremmo esserci, quindi rallento la caduta e cerco di illuminare il nero davanti a me.

Finalmente alla profondità di 43 metri mi appare come un fantasma una sagoma di colore chiaro che si erge dal fondo e contemporaneamente la cima guida finisce accanto a delle lamiere contorte, il Rossarol è davanti ai nostri occhi mostrandoci subito la zona interessata dall’esplosione della mina che causò la rottura dello scafo in due tronconi distanti qualche centinaio di metri l’uno dall’altro.

Giuliano inizia a riprendere le lamiere divelte osservando subito che la scarsa visibilità e la sospensione presente incidono non poco sulla qualità del filmato. Il troncone di prua si presenta rovesciato con la chiglia integra ed in buono stato di conservazione, inoltre la posizione del troncone ricalca quella che la nave doveva avere prima dell’affondamento.

Percorrendo lo scafo si notano delle prese a mare che interrompono di tanto in tanto la filante linea della nave, il sedimento di colore chiaro illuminato dai faretti fa apparire la chiglia simile ad una strada immersa nella nebbia.

Scendendo lungo le fiancate si può intravedere ciò che resta del castello di prua sprofondato sul fondo sabbioso, mentre illuminando dei finestroni e dei passi d’uomo si possono intravedere delle strutture interne e delle scale.

La penetrazione in certi punti è possibile ma bisogna programmare l’immersione in modo da avere una configurazione non ingombrante prevedendo quindi di posizionare fuori dal relitto le bombole da deco, cosa che con le condizioni da noi trovate risultava abbastanza rischiosa.

Comunque anche senza penetrazione ci si può rendere conto molto bene di come era fatta la nave e a tale scopo risultano essere molto utili e istruttive le foto reperibili su alcuni testi editi dall’Ufficio storico della Marina Militare uno per tutti "Esploratori Italiani".

Non abbiamo potuto vedere se sul fondo c’erano dei rottami staccatisi durante l’affondamento anche perché il tempo programmato di fondo era quasi scaduto, il computer segnava una profondità massima raggiunta di circa 48 metri, risalendo dalla fiancata di dritta mi sono ricongiunto con Giuliano che aveva continuato l’ispezione della chiglia, poi entrambi ci siamo diretti verso la zona dello squarcio da dove avremmo iniziato la lunga risalita accanto alla cima che ci avrebbe riportati in superficie.

L’acqua aveva una temperatura di circa 9 gradi e le mani iniziavano a risentirne, raggiunta la tappa dei 6 metri i guanti e la stagna furono invasi da piccoli crostacei che vivevano lungo la cima e che ci fecero compagnia prima di risalire.

Durante i vari minuti trascorsi a decomprimerci ripensavo a quanto visto e alle sensazioni provate, soprattutto queste ultime hanno reso molto particolare il relitto e credo che debba essere questa la chiave per poter apprezzare al meglio il troncone di prua del Rossarol.

La cosa più strana è che durante tutta l’immersione non abbiamo visto un solo pesce, a quasi 50 metri c’eravamo solo noi e delle stelle marine (Marthasterias Glacialis) che si confondevano lungo i fianchi del relitto.

Il contrasto di colore fra le lamiere dello scafo ricoperte di sedimento chiaro e il buio attorno a noi il tutto immerso in un silenzio quasi tombale dava l’esatta idea della sciagura avvenuta 83 anni prima nella quale perirono un centinaio di persone fra marinai, ufficiali e sottufficiali.

Mentre tornavamo a Lisignano il comandante della barca si dispiaceva per le condizioni non ottimali da noi incontrate.

A mio avviso, il fascino che i relitti emanano a chi li visita, risiede molto nelle sensazioni che sanno trasmetterci e dallo spirito con cui il subacqueo si accinge a visitarli più che dipendere dalle condizioni del mare.

Prima di programmare una immersione su un relitto si dovrebbero raccogliere più notizie possibili inerenti non solo la sua storia ma anche quella del suo equipaggio, i marinai spesso parlano della loro nave come se avesse un’anima ed in tal senso mi rammarica sapere che al Rossarol non venne mai attribuito un motto.

 

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