Viola per Marilù 

 

E' tutta la sera che mi chiedo come. Come fare a vivere solo per se stessi le proprie emozioni. Certe volte cerco il modo, sì.

E moltissime volte ci riesco bene. Ma stasera no .

Stasera la tempesta qui sotto le mie finestre non mi da abbastanza tranquillità e il mare sbuffa e sbotta sotto gli archi di pietra di questa "passeggiata a mare". Anche adesso che Portofino, il suo piccolo nido intimamente luminoso, il suo arco di terra, magnifico e concavo, che si prolunga e si dilegua fino a un limite non visibile, fino ai monti, é tornato in vista, anche ora, mi é impossibile non scrivere.

Mi accompagnano sciroppo per la gola e passito. Ed, ancora, troppe sigarette che so non fare già più parte di una nuova vita.

Unexpressed. No, mai, e perché?

Cosa mi vieta ancora l'abuso dei tasti e di questo sistema nervoso? Perché, se é quello che vado cercando? Quest'anno, questo inizio millennio ha un significato speciale.

Spengo sempre la tele dopo poco. Per ascoltare me e quello che c'è, se c'è. E, se no, registrare il silenzio. Stare da sola é per me ormai un piccolo lusso. Questa casa, questo mare vicinissimo quando voglio ma lontano, sempre, come lontane sono le immagini delle onde che si susseguono: impossibile perderne una, impossibile tracciarne il ricordo perché ne viene un'altra, subito dopo, troppo bella da non assimilare. Impossibile vederle tutte. Occorrerebbe essere eterni. E qui sta il bello.

Bauldelaire scriveva che una persona libera non può non amare il mare. Ecco perché scrivo: mi sento libera di farlo, anche questo. Citazioni di nuovi amici. Tanto vere quanto le si sente proprie. Amici che rifrangono quello che si sente. E lo moltiplicano con cartine tornasole sempre nuove.

E dolcezza, sempre.

 

Viola come il cielo notturno sotto i lampi. il mare e il cielo, uniti nella spuma sotto crepitanti, intermittenti fionde di luce.

Violaceo il mare di oggi. Ma caldo come un liquido che appartiene ancora agli amanti, in quest'autunno clemente. Gioia del viaggio in gommone, degli sbalzi, di quell'odore di motore che porta ancora alle pendici di una costa rassodata, conglomerata di pietre provenienti da chissà dove, bucata, quasi, come un nido infinito di piccole cose. E sopra, a sorpresa, i pini marittimi nella foschia.

Quante volte ho passeggiato in mezzo a loro, nei sentieri soli e silenziosi, nella calura montaliana di quelle estati così affollate - finalmente solo le cicale - spiando il mare da lontano tra i rami. Vicino e lontano, orizzonte e onda che si frange.

Oggi era magnifico. Pioggia lieve, ma sempre più fitta, mista agli spruzzi di onde sempre più alte e lunghe. Ricordi dell'oceano indiano, di come solleva lo scafo, di come lo detiene. Manca il fiato. Capelli e gav bagnati prima di scendere. Tantissimi gabbiani. Nebbia, nuvole da ponente che svettano e lasciano squarci di un azzurro troppo lieve per essere convincente.

Verde, verde oliva, verde sfrontato che emerge nella montagna sopra noi dalla nebbia sottile, come in un racconto onirico di Ossian. 

Spuma veloce e incazzata. Si frange come a dire "Sono più forte di te, lo sai."  Vestirsi in acqua, di fretta, per non perdere quello iodio che respiri veloce. Come una impazienza atavica, per essere lì sotto nella calma, sapendo che sotto, la corrente non sarà troppo forte. E che basterà questo, il nuotare in assetto col tempo e il ritmo che ci vuole, a ridare l'illusione istantanea di 40 minuti che é diverso da sopra, a sfidare le nuvole e il loro vento padrone. Perfetto.

Compensazione lenta perché la temperatura é diversa e le orecchie lo sanno. Poi, muri, come costruiti dall'uomo. Saraghi che giocano in superficie con le onde. Li vedi, da sotto, danzare nella schiuma che si perde veloce sulle rocce, in superficie. Anthias a centinaia, e, nel blu così grigio, qualcosa che assomiglia alle alici. Un pesce strano, sembra un bruno pesce pagliaccio per la forma della bocca, per la voracità e per la decisione con cui scosta forte l'acqua con le pinne laterali lanceolate.

Canyon senza nulla di particolare, che si susseguono ed invitano alla scoperta di loro stessi, senza abitanti, muti e muschiosi. Solo veri mazzi di gialle margherite di mare.

E saraghi. 40 metri per una grotta. Ma il bello é nuotare e sentire che sei lì e che ti muovi con l'acqua intorno che ti solleva.

Torniamo su, io e il mio buddy. Pesi, pinne, gommone, maschera. ara. E poi di nuovo in acqua. nelle onde, guardando San Fruttuoso.

Non mi é mai sembrato così piccolo, quel paese minuscolo. L'abbazia e la sua cupola sono la naturale conclusione di una gola in mezzo alla costa. Il fulcro di una V che tocca il mare. Storie vecchie di naufragi, di morti e di salvataggi in un mare da capo poco clemente. Filosofia ligure di gente un po' gretta e silenziosa. Di chi il mare lo ama ma é sempre partito su un mercantile, su una nave da crociera, sperando sempre di tornare ma non volendo mai rimanere, chissà perché.

I pini sono sempre lì, compaiono e ricompaiono, come le torrette di guardia dell'ultima guerra. Sorvegliano ancora qualcosa, per loro stesse, ora. Fanno parte del paesaggio, in mezzo ai cipressi e all'erica selvatica. Riesco a sentire il profumo della resina, delle bacche, del fango dei sentieri.

Torno su. Gli altri al ritorno sboccano, io sono la fortunata del giorno, o sono immune per oggi, chissà. Maschera anche in gommone, per vedermi intorno meglio.

Ora il mare sembra più calmo. Si é sfogato come me. Che vado a dormire con Santana nelle orecchie.

Forse domani ancora, con altri 3 gatti bagnati, matti come me.

Valeria 

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